Marcello Colledani, Professore del Politecnico di Milano e coordinatore della Strategic Community “De- and Remanufacturing” di AFIL, ha parlato dell’importanza del remanufacturing, delle attività e dei progetti implementati in tale ambito, nonché dell’introduzione del Passaporto Digitale di Prodotto europeo, intervenendo a margine del World Remanufacturing Summit, tenutosi a Milano il 12 e 13 marzo 2024
«Con il Passaporto Digitale di Prodotto europeo, il remanufacturing farà un deciso passo in avanti. Tale strumento potrebbe essere in grado di fornire informazioni dettagliate e standardizzate sui beni, consentendone il tracciamento dell’origine. Al tempo stesso, faciliterà l’identificazione delle parti riutilizzabili, l’integrazione delle specifiche tecniche per lo smontaggio e la valutazione dell’impatto ambientale». Parole di Marcello Colledani, docente al Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano e coordinatore della Strategic Community “De- and Remanufacturing” di AFIL – Associazione Fabbrica Intelligente Lombardia, che, nel 2020, ha coordinato il gruppo tecnico di sviluppo della Roadmap per la Ricerca e l’Innovazione sull’Economia Circolare della Regione Lombardia.
Il remanufacturing, processo industriale di rigenerazione di prodotti usati, per riportarli ad uno stato simile a quello originale per prestazioni, funzionalità e durata, è un paradigma destinato a cambiare i modelli di business di settori come l’aerospazio, l’automotive, la componentistica e l’elettronica, che offre diversi vantaggi: per il produttore, che ottiene maggiori profitti rispetto alla produzione da zero; per il consumatore finale, che spende meno; per l’ambiente, grazie a un minore consumo di materie prime ed energia; per l’occupazione, poiché richiede un alto coinvolgimento di lavoro umano. Secondo le stime di The European Remanufacturing Network, il mercato potenziale è pari a 90 miliardi di Euro al 2030, solo in Europa.
Quanto al Passaporto Digitale di Prodotto europeo, la cui entrata in vigore è prevista per il 2027 per quanto riguarda le batterie ed a seguire per diverse categorie merceologiche, fornirà istruzioni di disassemblaggio e informazioni sui materiali pericolosi, agevolando il recupero sicuro dei prodotti. Esso promuoverà l’uso responsabile delle risorse, la trasparenza per i consumatori e la conformità alle normative ambientali, facilitando così la transizione verso un’economia più circolare.
Sul tema del remanufacturing, AFIL ha posto un focus particolare da molti anni, dando vita ad un gruppo di lavoro che poi si è evoluto nella Strategic Community “De- and Remanufacturing for Circular Economy”.
Colledani è stato intervista in occasione del World Remanufacturing Summit (WRS), l’evento globale per promuovere l’interazione e la collaborazione tra istituti scientifici e attori industriali sulle sfide e migliori pratiche sul tema, tenutosi a Milano il 12 e 13 marzo 2024, ed organizzato in cooperazione tra Politecnico di Milano, Regione Lombardia ed APRA Europe (Automotive Part Remanufacturing Association).
D: Come sta procedendo il trasferimento di competenze dal mondo accademico a quello della manifattura, nel remanufacturing?
R: Il tema del trasferimento delle competenze e dei risultati dall’università all’industria è complesso, e non solo nel caso del remanufacturing. Tuttavia, penso che si possa affermare che nel caso di questa pratica, così come delle tematiche della circolarità in generale, l’interesse delle aziende manufatturiere c’è ed è ben visibile. In un certo senso, si può dire che tale interesse corrisponde ad una necessità: queste imprese, infatti, hanno tradizionalmente guidato l’innovazione sia dei prodotti che dei processi, seguendo una logica lineare. Pertanto, non dominano la circolarità. Il nuovo modello richiede una prospettiva sistemica e un cambiamento radicale nei processi produttivi, nella gestione delle risorse e nelle relazioni con i fornitori e i consumatori. Tecnicamente, per abbracciare appieno l’economia circolare, le imprese devono considerare l’intero ciclo di vita dei loro prodotti, dalla progettazione alla fine della vita utile, e adottare pratiche che favoriscano la riduzione, il riuso e il riciclo dei materiali.
D: Le aziende manufatturiere partono da zero con il remanufacturing?
R: Da zero, non direi. Alcuni settori sono più avanti nell’adozione del remanufacturing, contribuendo alla riduzione degli sprechi e alla promozione della sostenibilità ambientale. Ad esempio, nell’industria automobilistica questa pratica è diffusa da oltre 30 anni, seguita da quella aeronautica e da quella delle macchine utensili, come ad esempio Over Machining Center di Piacenza (centri di lavoro a controllo numerico) e HSD Mechatronics di Pesaro (elettromandrini). Il remanufacturing si sta diffondendo anche nel settore dell’arredamento, soprattutto per i mobili da ufficio, e nei white goods, ovvero gli elettrodomestici. Esistono anche settori in cui l’adozione del remanufacturing è ancora in fase di studio. La sua applicabilità dipende dalla maturità tecnologica del comparto e dalla volontà delle aziende di adottare pratiche sostenibili e innovative. In ogni caso, c’è molto da lavorare. Sotto questo profilo, però, AFIL sta facendo la propria parte.
D: Cosa sta facendo AFIL rispetto al remanufacturing?
R: Com’è noto, in AFIL coordino in prima persona la Strategic Community “De- and Remanufacturing for Circular Economy”. Questo è uno dei gruppi di lavoro che riuniscono aziende, centri di ricerca e università e che si confrontano su temi e obiettivi specifici, scelti nell’ambito delle specializzazioni industriali della Lombardia, in un ambiente di collaborazione aperto, strutturato e di semplice fruizione. Proprio sulla scorta delle sfide che sta affrontando la Strategic Community in questione, è nato il progetto europeo DeremCo.
D: Cos’è il progetto DeremCo?
R: DeremCo è un progetto finanziato attraverso lo strumento Interregional Innovation Investments (I3) nell’ambito del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR). Coinvolge 30 partner provenienti da diversi Paesi europei, tra cui Italia, Finlandia, Austria, Spagna, Slovenia, Belgio e Portogallo. L’obiettivo principale dell’iniziativa è quello di riutilizzare in modo economicamente vantaggioso i materiali e i componenti compositi per la produzione di nuovi prodotti ad alto valore aggiunto. Nell’ambito del progetto, avviato nel dicembre 2022 e coordinato dal Politecnico di Milano con il supporto di Fondazione Politecnico, AFIL è responsabile delle attività di disseminazione e comunicazione dei risultati al fine di massimizzare l’impatto di DeremCo a livello industriale, garantire l’allineamento con le tendenze e le politiche dell’Unione Europea ed aumentare la competitività e l’integrazione dell’ecosistema regionale attraverso le Open Call. È partner del progetto anche il Socio AFIL Caracol, che porta avanti un demo case riguardante l’utilizzo industriale di fibre ottenute da pale eoliche riprocessate a fine vita. Io personalmente sono poi il coordinatore del progetto DigiPrime.
D: Ci parla del progetto DigiPrime?
R: Finanziato dall’Unione Europea, attraverso Horizon 2020, il progetto ha l’obiettivo di sviluppare una piattaforma digitale per l’economia circolare al fine di creare modelli di business circolari basati sul recupero e il riutilizzo dei materiali e delle funzioni, supportati dall’uso dei dati. In pratica, una piattaforma federata per la creazione di business cross-settoriale, in cui il materiale post-uso riciclato da un settore possa essere riprocessato in linea con le specifiche imposte da un altro ambito applicativo. E poi c’è anche il progetto FiberEUse.
D: Di cosa trattava il progetto FiberEuse?
R: Dal 2017 al 2021 sono stato coordinatore di FiberEUse, un progetto finanziato dal programma Horizon 2020 dell’Unione Europea e volto al recupero e riutilizzo in applicazioni industriali di materiali compositi costituiti da polimeri rinforzati con fibre di vetro e di carbonio a fine vita, di cui il progetto DeremCo è successore.
D: Quali sono i maggiori ostacoli che la manifattura incontra in ambito remanufacturing?
R: Non bisogna concentrarsi sugli ostacoli, ma su ciò che deve avvenire affinché il remanufacturing possa essere implementato con successo. Rispetto alle sfide, innanzitutto, è fondamentale che l’utente finale, sia esso un’azienda o un consumatore, abbia una maggiore consapevolezza e visibilità sui prodotti rigenerati. Questo comporterebbe un cambiamento di mentalità, incoraggiando i clienti a essere proattivi nella ricerca e nel riconoscimento di prodotti rigenerati di alta qualità a costi sostenibili. Tale cambiamento aprirebbe nuove opportunità di domanda e stimolerebbe l’innovazione, influenzando così la strategia industriale.
D: Esistono altre sfide?
R: Per rendere realmente efficace il remanufacturing, è necessario chiudere il ciclo: non è possibile rigenerare un prodotto se non si dispone dei componenti usati da rigenerare. Gli operatori del remanufacturing devono essere in grado di accedere ai componenti utilizzati. Ad esempio, nel settore dell’elettronica, ogni cittadino potrebbe contribuire restituendo i propri dispositivi usati. L’essenza di questo processo risiede nella combinazione di una costante domanda e fornitura di componenti usati, insieme a tecnologie in grado di processare questi componenti con costi contenuti e un adeguato livello di automazione.
D: Forse la sfida più grande è progettare i prodotti per renderli idonei ad un recupero alla fine del loro ciclo di vita. Che ne pensa?
R: Sarebbe corretto progettare i prodotti tenendo conto della loro futura riutilizzazione, ma nella pratica questo non avviene. Quando si valuta la necessità di introdurre un nuovo prodotto, la progettazione rappresenta uno degli investimenti più costosi. Aggiungere vincoli progettuali per favorire il riutilizzo, come aumentare il numero di cicli di utilizzo previsti, comporterebbe un significativo aumento dei costi di progettazione. Tuttavia, se il produttore è in grado di prevedere i vantaggi economici del remanufacturing a lungo termine, potrebbe essere giustificato un approccio di questo tipo. È importante considerare che ritorni economici troppo tardivi, ad esempio dopo 15 anni, potrebbero non essere sostenibili.
D: Si parla anche di progettazione ecosistemica. Cosa ci può dire al riguardo?
R: In alcuni settori come l’automotive, la progettazione dei singoli componenti influisce direttamente sul valore complessivo del veicolo. In questo contesto, il flusso di lavoro coinvolge strettamente anche i fornitori. Tuttavia, la cooperazione con coloro che smantellano i veicoli per il riutilizzo dei componenti è un processo complesso. Sebbene in teoria l’idea sia valida, nella pratica si incontrano molte difficoltà, soprattutto perché solo alcuni fornitori hanno relazioni consolidate con i centri di smantellamento. In sintesi, non è un compito facile da realizzare.
D: Qual è la più grande novità che sta per riguardare il settore?
R: Il Passaporto Digitale di Prodotto europeo.
D: Cos’è il Passaporto Digitale di Prodotto europeo?
R: Il Passaporto Digitale di Prodotto europeo è una sorta di “documento elettronico”, che fornisce informazioni dettagliate e verificate su un determinato bene lungo l’intera sua vita utile. Contiene una vasta gamma di dati, come ad esempio la storia, il suo ciclo di vita, le materie prime utilizzate, le modalità di utilizzo consigliate, le informazioni sulla sicurezza e molto altro ancora. Sebbene i dati specifici che dovranno essere inclusi nel Passaporto Digitale di Prodotto saranno noti solo in seguito alla pubblicazione di un “Delegated Act” dedicato alla specifica categoria di prodotto, questi esempi ci arrivano dall’unico prodotto attualmente regolamentato, cioè le batterie. L’obiettivo principale è quello di aumentare la trasparenza lungo l’intera catena di fornitura, consentendo ai consumatori di prendere decisioni più informate e sostenibili. Inoltre, può facilitare la gestione del prodotto da parte dei produttori, consentendo loro di monitorare e gestire in modo più efficiente il ciclo di vita del prodotto e di rispondere prontamente a eventuali reclami o problemi di sicurezza.
D: Come funziona il Passaporto Digitale di Prodotto?
R: Per ogni prodotto, inteso come oggetto singolo, batch o modello, in funzione del tipo di prodotto, è previsto un identificatore unico, fisicamente connesso al singolo oggetto tramite un data carrier, per esempio un QR code. Nel contesto del commercio globale, questo sistema semplifica le procedure doganali e di import-export, grazie alla chiara individuazione dei prodotti. Inoltre, migliora la gestione delle informazioni relative ai prodotti, consentendo un’organizzazione e un’analisi dati più efficiente per ottimizzare produzione, distribuzione e strategie di mercato.
D: Qual è la relazione tra il Passaporto Digitale di Prodotto e il remanufacturing?
R: Il Passaporto Digitale di Prodotto agevola il remanufacturing in vari modi. Innanzitutto, il remanufacturer è l’unico attore della filiera, insieme al produttore che immette il bene nel mercato Europeo, a cui è data responsabilità di originare tale documento per il prodotto rigenerato. Tale obbligo/onere non è previsto per il riparatore o per altri attori della filiera circolare. Questo eleva il remanufacturing a opzione di business circolare più virtuosa. In concreto, il Passaporto Digitale di Prodotto fornisce una tracciabilità completa sulla storia del prodotto, incluso l’elenco dei materiali utilizzati. Questa tracciabilità aiuta gli operatori del remanufacturing a identificare rapidamente i componenti necessari e a pianificare le rigenerazioni in modo efficiente. Inoltre, il documento fornisce una conoscenza dettagliata del bene e delle sue specifiche tecniche, consentendo agli operatori di valutarne accuratamente lo stato e di pianificare le operazioni di riparazione in modo mirato. Infine, grazie alle informazioni sulla progettazione originale e sui materiali utilizzati, esso permette agli operatori di ottimizzare il processo.
D: Quando entrerà in vigore il Passaporto Digitale di Prodotto europeo?
R: Dal 2027 in avanti, partendo dalle batterie.
D: Chi promuove l’adozione del Passaporto Digitale di Prodotto?
R: L’adozione del Passaporto Digitale di Prodotto è promossa dalla Commissione Europea attraverso il coinvolgimento di diverse unità e Direzioni Generali. Inoltre, la Commissione Europea ha sostenuto attivamente progetti di ricerca e sviluppo, come ad esempio il progetto CIRPASS, volti a definire gli standard e le migliori pratiche per l’implementazione del Passaporto Digitale di Prodotto. Inoltre, organizzazioni internazionali come l’United Nations Economic Commission for Europe (UNECE) ed il World Business Council for Sustainable Development (WBCSD) giocano un ruolo chiave nel favorire la diffusione del Passaporto Digitale di Prodotto attraverso la collaborazione con governi nazionali, enti normativi e organizzazioni del settore privato.

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