Software, algoritmi, Intelligenza Artificiale e big data costituiscono le fondamenta dell’Industria 4.0. C’è un punto, però, che spesso resta sullo sfondo: prima del dato, c’è sempre un oggetto fisico. Prima dell’analisi predittiva, c’è una grandezza da misurare. Prima dell’IA, c’è un sensore che trasforma temperatura, pressione, deformazione, composizione chimica o movimento in un segnale leggibile. È in questo ambito che si inserisce l’attività di Inxense, spin-off dell’Università degli Studi di Brescia nato nel 2022, start-up innovativa specializzata nello sviluppo di sensoristica avanzata e customizzata attraverso tecnologie di additive manufacturing. Fondata dal Professor Emilio Sardini, ordinario di Misure Elettriche ed Elettroniche, dal Professor Nicola Lopomo e da un gruppo di ex-ricercatori dell’ateneo bresciano, tra cui Edoardo Cantù, l’azienda lavora per trasformare competenze maturate nella ricerca accademica in soluzioni industriali ad alto valore aggiunto. Nel tempo, Inxense ha attirato l’interesse di gruppi industriali come Argomm Group e Holding C.R.O., entrati anche nella compagine societaria della start-up.
Non si tratta dunque di sensori standard, ma dispositivi progettati su misura, capaci di adattarsi a geometrie, materiali e contesti applicativi differenti. Dall’automotive all’aerospace, dal biomedicale al packaging, per arrivare fino ai sistemi industriali avanzati, il modello di Inxense punta a rispondere alle esigenze di aziende medio-grandi interessate a progetti di ricerca industriale, manutenzione predittiva e raccolta avanzata di dati. «L’idea è stata quella di essere un ponte tra la ricerca spinta e il bisogno molto verticale, molto applicativo tipico dell’industria», racconta Cantù, oggi Partner, Member of the Board e Member of the Executive Committee della società. Il percorso della società bresciana riguarda però anche questioni più ampie: il difficile trasferimento tecnologico tra università e industria, la tutela delle start-up innovative, la necessità di creare maggiore collaborazione tra ricerca e manifattura, nonché il tema della formazione dei giovani talenti in un settore dove competenze digitali, materiali avanzati e capacità industriali devono convivere.
Accanto allo sviluppo tecnologico, Inxense ha consolidato il proprio ruolo nell’ecosistema lombardo dell’innovazione attraverso la partecipazione ad AFIL – Associazione Fabbrica Intelligente Lombardia, in particolare venendo coinvolta attivamente nelle iniziative della Strategic Community Advanced Polymers. Tale attività ha permesso alla start-up a confrontarsi con produttori di materiali, trasformatori e attori industriali, contribuendo alla definizione di linee guida e visioni di filiera. Il coinvolgimento nel Cluster si è tradotto anche nella partecipazione allo Smart Polymers Congress, appuntamento internazionale dedicato a plastronica, elettronica stampata e funzionalizzazione delle superfici, e nell’intervento all’evento “Le Fabbriche del Futuro: Sostenibilità? Le nuove generazioni sono la risposta”, dedicato al ruolo dei giovani talenti e al trasferimento tecnologico tra università e industria.
Sensori, acquisizione del dato e manutenzione predittiva: perché la fabbrica digitale parte ancora dal mondo fisico
Nel racconto dominante dell’industria digitale, il dato viene spesso considerato quasi un’entità autonoma. Si parla di raccolta dati, analytics, Intelligenza Artificiale, machine learning e manutenzione predittiva, come se il processo iniziasse direttamente dalla componente software. Per Inxense, invece, il vero nodo tecnologico resta a monte: la qualità dell’acquisizione del dato fisico. «Il dato, di per sé, è qualcosa di astratto» – osserva Edoardo Cantù – «Affinché diventi tale serve un elemento in grado di tradurre una grandezza fisica o chimica in un segnale elettrico. Questo elemento è il sensore». Temperatura, vibrazioni, deformazioni meccaniche, variazioni chimiche o stress strutturali devono prima essere rilevati, poi convertiti in segnale elettrico e infine trasformati in informazione digitale elaborabile dai sistemi software. Solo a quel punto possono entrare in gioco algoritmi, IA, monitoraggio delle performance o logiche di manutenzione predittiva.
Secondo Cantù, «la sfida è costruire una vera sensoristica diffusa capace di collegare in modo continuo mondo fisico e infrastruttura digitale. In questo senso, il sensore non è semplicemente un componente hardware, ma il punto di interfaccia tra materia, elettronica e dato. Se vogliamo essere completamente connessi, non possiamo vedere questa catena come una somma di blocchi distinti. È tutto parte di un percorso unico. Parlare di Intelligenza Artificiale e big data senza tenere conto dell’elemento fondante, cioè il sensore come trait d’union tra mondo fisico e mondo digitale, rischia di compromettere l’intera catena». Da ciò nasce anche l’interesse crescente verso sensoristica avanzata, elettronica integrata e tecnologie di additive manufacturing, che consentono di distribuire capacità di monitoraggio direttamente sui componenti industriali, riducendo peso, ingombri e impatto sulle strutture originarie. L’obiettivo è rendere gli oggetti sempre più capaci di raccogliere informazioni in tempo reale senza modificarne funzionalità o geometrie. La vera evoluzione dell’Industria 4.0 è dunque costruire una catena del dato affidabile fin dalla sua origine fisica.
Un sensore diverso per ogni applicazione: le soluzioni su misura di Inxense, dalla fibra di carbonio ai dispositivi biomedicali
Il cuore della proposta di Inxense è la personalizzazione. Non esiste, nella visione dell’azienda, un sensore buono per tutti gli usi. Ogni settore, ogni materiale, ogni componente e, spesso, ogni cliente richiedono una configurazione specifica. «La personalizzazione conta moltissimo» – afferma Edoardo Cantù – «Non è detto che lo stesso componente abbia sempre le stesse esigenze. Nel settore dell’automotive, per esempio, ci sono molti costruttori e molti fornitori. Lo stesso pezzo può essere realizzato in modi diversi, con materiali diversi e con geometrie diverse. Le condizioni al contorno possono essere simili, ma il modo in cui si arriva alla soluzione cambia di volta in volta». Entrano infatti in gioco la progettazione digitale, la stampa 3D e la possibilità di applicare materiali funzionali direttamente sugli oggetti. Un componente in fibra di carbonio, una lega metallica, una fibra di vetro o un dispositivo biomedicale richiedono soluzioni differenti. «Ogni volta vestiamo quasi i panni del sarto del sensore. Dobbiamo pensare a un layout geometrico specifico, a una combinazione diversa di materiali, a un risultato che risponda a esigenze molto precise», conclude Cantù.

Il caso del biomedicale è particolarmente significativo perché rende evidente fino a che punto la personalizzazione possa diventare un elemento decisivo. In questo settore, infatti, la sensoristica non deve semplicemente adattarsi a un componente industriale standardizzato, ma spesso a dispositivi progettati per specifiche condizioni cliniche o addirittura per il singolo paziente. Cambiano geometrie, materiali, vincoli ergonomici e requisiti funzionali. In alcuni casi cambia persino il modo in cui il sensore deve interagire con il corpo umano o con superfici estremamente delicate.
«Nel settore biomedicale si lavora molto spesso con dispositivi estremamente specifici, pensati per singoli pazienti o per casistiche molto ristrette» – osserva Cantù – «In quei casi, la possibilità di rispondere a bisogni particolari costituisce un valore aggiunto enorme». È proprio in questo ambito che, secondo Inxense, tecnologie additive e progettazione digitale mostrano uno dei loro punti di forza: la possibilità di adattare rapidamente geometrie, layout e materiali senza dover riprogettare completamente il processo produttivo. La sensoristica diventa così parte integrante del dispositivo e non più un elemento esterno aggiunto successivamente.
La progettazione di soluzioni su misura, però, non riguarda soltanto il prodotto finale. Coinvolge anche il rapporto con il cliente e il percorso che porta all’identificazione della soluzione tecnologica corretta. Nella maggior parte dei casi, infatti, le aziende non arrivano con una specifica tecnica già definita, ma con un problema industriale, un’esigenza o un obiettivo di performance ancora da tradurre in architettura sensoristica. «A volte il cliente non sa esattamente che cosa vuole. Arriva con un’idea, ma bisogna guidarlo nel capire qual è la sua reale esigenza», afferma Cantù.
Per questo motivo, Inxense affianca all’attività di sviluppo anche una componente consulenziale e di co-design tecnologico. Il lavoro non consiste soltanto nel produrre sensori, ma nel costruire insieme al cliente il percorso più efficace per arrivare al risultato richiesto, valutando limiti tecnici, costi, tempi di sviluppo e reale sostenibilità industriale della soluzione.
Sensoristica stampata ed elettronica flessibile: l’importanza di materiali intelligenti e tecnologie integrate per trasformare gli oggetti industriali senza modificarne struttura e peso
Per Edoardo Cantù, il futuro della sensoristica avanzata non passa semplicemente dall’aggiungere nuovi componenti elettronici ai prodotti industriali, ma dal cambiare il modo stesso in cui vengono concepiti gli oggetti. La direzione è quella di un’elettronica sempre più integrata, leggera, flessibile e quasi invisibile, capace di raccogliere dati senza alterare geometrie, peso o funzionalità dei componenti. Un passaggio che apre prospettive importanti soprattutto nei settori dove spazio, massa, consumi energetici o modifiche strutturali rappresentano vincoli critici, come aerospace, automotive e biomedicale. Si tratta di un cambio di paradigma rispetto alla sensoristica tradizionale. L’obiettivo non è più soltanto applicare un sensore sopra un componente già esistente, ma anche integrare direttamente funzionalità intelligenti dentro materiali, superfici e strutture. È in questo ambito che entrano in gioco l’elettronica stampata, i materiali intelligenti e le tecnologie additive, che consentono di depositare elementi funzionali direttamente sugli oggetti, mantenendone quasi inalterata la configurazione originaria.
Sono diverse le applicazioni in cui la sensoristica stampata e integrata può introdurre un salto tecnologico significativo. È il caso di componenti già progettati e certificati che non possono essere modificati strutturalmente, oppure di sistemi in cui peso, ingombri e rigidità rappresentano un limite. In questi scenari, integrare sensori direttamente sulle superfici o all’interno dei materiali permette di aggiungere nuove funzionalità senza riprogettare completamente il prodotto. «Dove non possiamo modificare i pezzi, dove vogliamo mantenerli leggeri, dove non possiamo intaccare un progetto già realizzato, una sensoristica differente può diventare davvero innovativa», afferma Cantù.
La prospettiva, allora, non è semplicemente quella di avere più dati. È rendere intelligenti oggetti che fino a ieri erano passivi: componenti industriali, superfici, strutture o dispositivi in grado di monitorare autonomamente il proprio stato, comunicare informazioni, anticipare guasti o attivare logiche di manutenzione predittiva senza alterare il design originario.
AFIL come perno di relazione industriale
In questo percorso, il ruolo di AFIL è estremamente importante. Per una realtà come Inxense, che lavora su tecnologie verticali e ad alto contenuto innovativo, la relazione con il Cluster consente di entrare in contatto con imprese, filiere e competenze complementari. Inxense ha già attirato l’interesse di gruppi industriali, ma AFIL permette di allargare la rete, far comprendere meglio le applicazioni della tecnologia e costruire progettualità più ampie, grazie ai network di cui fa parte.
Secondo Edoardo Cantù, negli ecosistemi tecnologici non tutti fanno la stessa cosa. Il tema può essere comune, ma ogni soggetto porta specifici bisogni, interessi e contributi. Il valore del Cluster sta proprio nella capacità di comprendere tali differenze, organizzarle e poi trasformarle in progettualità industriali. «In contesti come le Strategic Communities, tanti attori si mettono attorno allo stesso tavolo, dove ciascuno porta una competenza diversa» – afferma Cantù – «AFIL funge da un perno nevralgico per costruire progetti che possono avere un ampio respiro».
Polimeri avanzati: la Strategic Community come occasione di confronto, strumento di orientamento e laboratorio progettuale
Il coinvolgimento di Inxense nella Strategic Community Advanced Polymers è uno degli esempi più concreti di questa logica. Al suo interno, l’azienda ha contribuito al confronto tra soggetti diversi della filiera: produttori di materia prima, trasformatori, aziende e sviluppatori di tecnologia. «All’interno della Strategic Community Advanced Polymers, siamo riusciti a lavorare molto bene con diversi partner, contribuendo anche alla produzione di linee guida e di una sorta di white paper per definire una visione di filiera», racconta Edoardo Cantù.
Per Inxense, il confronto con chi lavora sui materiali è essenziale. La sensoristica avanzata non vive in un vuoto tecnologico: dipende dai supporti, dalle superfici, dalle proprietà dei polimeri, dai costi, dalla disponibilità di materiali con determinate caratteristiche. «Sapere come vengono prodotti i polimeri, quali caratteristiche hanno e quali sono i costi ci permette di capire verso quale soluzione andare. Possiamo proporre soluzioni più economiche, a basso costo, oppure soluzioni estremamente avanzate e ad alto valore aggiunto. Ma per decidere su quali tecnologie investire dobbiamo capire le esigenze del mercato», spiega Cantù. Il Cluster diventa così anche uno strumento di orientamento strategico. Non solo networking, ma lettura della filiera. Non solo relazione, ma capacità di capire dove indirizzare ricerca, prototipazione e sviluppo.
Giovani, start-up e Fabbriche del Futuro
Un altro tema centrale per Inxense riguarda i giovani talenti e il rapporto tra università e industria, tema affrontato anche durante l’evento “Le Fabbriche del Futuro: Sostenibilità? Le nuove generazioni sono la risposta”, ospitato da AFIL, il 3 ottobre 2025, nell’ambito della Milan Digital Week.

Secondo Edoardo Cantù, la start-up rappresenta una sorta di palestra professionale, soprattutto per chi esce dall’università e vuole confrontarsi rapidamente con progetti concreti e responsabilità operative. La differenza rispetto alla grande industria sta proprio nella struttura più snella e nella vicinanza ai processi decisionali. «Essere un punto d’unione tra università e impresa consente di far crescere rapidamente i ragazzi» – spiega Cantù – «Con i task che vengono affidati possono trovarsi in poco tempo a svolgere ruoli quasi da project manager o product manager».
Smart Polymers Congress: un bilancio in vista dell’edizione 2026 ospitata a Milano
Il confronto internazionale passa anche attraverso lo Smart Polymers Congress, evento internazionale sui materiali intelligenti, sull’elettronica flessibile e sulla sensoristica stampata., a cui Inxense ha partecipato nelle edizioni di Barcellona (2024) e Parigi (2025), e che AFIL ospiterà a Milano il 17 e 18 novembre 2026.

Si tratta di un osservatorio utile per capire il posizionamento italiano sui temi di discussione. Per Edoardo Cantù, il problema non è l’assenza di competenze, ma la difficoltà del sistema industriale italiano nel trasformare queste tecnologie in innovazione diffusa. «I soggetti italiani che lavorano su questi temi ci sono» – osserva – «Tuttavia, all’estero ho visto un coinvolgimento molto più aperto, soprattutto da parte di realtà francesi e spagnole. E rispetto alla Germania credo che l’Italia sia ancora indietro».
Pesa soprattutto la struttura del manifatturiero italiano, storicamente legata alla piccola e media impresa e meno incline a investimenti radicali. Una barriera non solo tecnologica, ma anche culturale. «Tutti vogliono prodotti migliori, meno costosi e senza difetti» – conclude Cantù – «Senza investire davvero nell’innovazione radicale, però, certi risultati non si raggiungono».

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