Il 13 giugno 2025, a Milano, si è tenuta l’Assemblea Generale 2025 di AFIL, dal titolo “Tra dumping e dazi: produzione specializzata e circolarità industriale come leve strategiche per la manifattura lombarda”, che ha affrontato il tema delle incertezze geopolitiche e delle distorsioni del mercato globale, ed ha esplorato le opportunità offerte dalla circolarità come possibile risposta, oltre che leva di competitività ed ambientale.
Produrre e realizzare sistemi per produrre non basta più. «Serve saper deprodurre, rigenerare, ripensare i sistemi industriali dalle fondamenta». Parole di Tullio Tolio, docente di Manufacturing Systems Engineering al Politecnico di Milano e Presidente del Comitato Tecnico-scientifico di AFIL. In pratica, Tolio invita la Lombardia, l’Italia e l’Europa a ricostruire la propria base produttiva per renderla adatta alla circolarità. «Se vogliamo prodotti che abbiano molte vite, se vogliamo ridurre il fabbisogno di nuova materia prima, dobbiamo progettare fabbriche che sappiano anche smontare i prodotti, selezionare i componenti ed i materiali, infine rigenerarli». E Tolio non parla di sostenibilità come obbligo morale, ma come occasione industriale. Un terreno vergine dove l’Italia e l’Europa possono giocare in vantaggio, se sapranno dotarsi di tecnologie nuove e visione sistemica.
La riflessione è legata alla particolare situazione geopolitica che sta vivendo l’industria. Infatti, se i dazi americani alzano muri ed il dumping cinese distorce il mercato, l’unica via per restare competitivi è ripensare il modello industriale alla radice. Rigenerare i prodotti significa ridurre la dipendenza dalle materie prime. Allungare la vita utile dei beni consente di aggirare le pressioni sui costi e sui fornitori globali. Automatizzare la deproduzione crea nuovi margini industriali, proprio dove oggi l’Europa è più vulnerabile. In altre parole, la circolarità è anche una risposta concreta alle incertezze geopolitiche, oltre che una leva di competitività ed ambientale.
Su questi temi si è posta una forte attenzione nel corso dell’Assemblea Generale di AFIL 2025, dal titolo “Tra dumping e dazi: produzione specializzata e circolarità industriale come leve strategiche per la manifattura lombarda”, organizzata il 13 giugno 2025, a Milano, presso Palazzo Turati, con il supporto di Innovhub SSI.
All’evento sono intervenuti, oltre al Professor Tullio Tolio, anche l’Amministratore Delegato di FICEP S.p.A. e Presidente di AFIL Christian Colombo, il docente in Ingegneria Economico-Gestionale presso la School of Management del Politecnico di Milano Giuliano Noci, la Vice Presidente di ADR S.p.A. Chiara Radrizzani, l’Operations Director di Adige S.p.A. ed Adige-Sys (aziende del Gruppo BLM) Alberto Longobardi, il Chief Advanced Technology Officer di Streparava S.p.A. Renato Cotti Piccinelli, il Direttore Generale della DG Sviluppo Economico di Regione Lombardia Armando De Crinito, il docente al Dipartimento di Ingegneria Gestionale, dell’Informazione e della Produzione dell’Università di Bergamo Roberto Pinto, il Director of Research Development di Tenova S.p.A- Enrico Malfa, il Responsabile Ricerca&Sviluppo di A2A S.p.A. Davide Alberti, il Presidente del Cluster Tecnologico Nazionale Fabbrica Intelligente (CFI) Gianluigi Viscardi ed il Cluster Manager di AFIL Alessandro Marini.
DAZI, TRA ILLUSIONE DI PROTEZIONE E REALTÀ INDUSTRIALE
I dazi non sono la soluzione. Anzi, rischiano di trasformarsi in un boomerang. Lo dice Christian Colombo (AFIL e FICEP), che invita a guardare in faccia la complessità del contesto globale. «Le provocazioni tariffarie, come quelle di Trump, spesso finiscono per colpire proprio chi le lancia. Chiedere al Giappone di importare riso americano è come chiedere all’Italia di importare mozzarella danese: non si può forzare il mercato senza conoscere la cultura, la domanda, l’identità». Colombo avverte che l’industria europea, ed in particolare alcune filiere strategiche come la meccatronica, i materiali critici ed i polimeri avanzati, è oggi esposta su due fronti: da un lato, il dumping cinese sostenuto da sussidi non dichiarati; dall’altro, i dazi americani, che colpiscono in modo trasversale le eccellenze tecnologiche europee. Colombo insiste, affermando che «non possiamo permetterci risposte solo difensive o protezionistiche. Dobbiamo essere intelligenti nella geopolitica industriale».

A rincarare la dose è Giuliano Noci (Politecnico di Milano), che inquadra il problema all’interno di un più ampio ridisegno degli equilibri globali. «Oggi l’Occidente è minoranza nei consessi decisionali internazionali. Gli Stati Uniti non ci considerano più centrali, mentre l’Europa è fuori dai radar geopolitici. La rotta mediterranea verrà progressivamente sostituita dalla rotta artica, e con essa si sposterà anche il baricentro economico». Per Noci, l’incertezza creata dai dazi è essa stessa un danno. «Abbiamo fatto il male dell’incertezza. Il dazio stesso costituisce ormai una minaccia, perché genera instabilità e sfiducia. La competitività non si gioca più con le barriere, ma con reti, condivisione e strategie intelligenti».
Secondo Armando De Crinito (Regione Lombardia), a livello europeo, soprattutto sul fronte dell’automotive, non si è agito per garantire la neutralità tecnologica e per dare al mercato l’opportunità di guidare i bisogni, che di fatto ha aperto la porta ad un sistema molto più competitivo sulle tecnologie per la mobilità elettrica, come quello cinese. De Crinito sottolinea inoltre come l’imposizione ideologica di un’unica via percorribile (ossia l’elettrico) abbia indebolito le imprese italiane ed europee, lasciandole vulnerabili e senza alternative praticabili.
Il messaggio che emerge è che chi pensa ai dazi come a una scorciatoia si illude. Per reggere l’urto della nuova competizione globale non servono muri, ma visione, innovazione, collaborazione tra filiere e politiche industriali che sappiano davvero accompagnare il cambiamento. Perché, come dice Colombo, «essere bravi nella tecnologia non basta. Serve intelligenza, serve audacia e serve stare insieme».
DUMPING, LA CONCORRENZA SLEALE CHE MINA L’INDUSTRIA EUROPEA
Il dumping è la grande distorsione della competizione globale. A sottolinearlo è Giuliano Noci, che parla di una dinamica strutturale e strategica. «La Cina non è un semplice concorrente industriale: è un sistema economico che agisce come blocco, supportato da logiche di sussidio e da una visione di lungo periodo». Noci evidenzia come «non possiamo più permetterci di guardare alla Cina come ad un mercato da conquistare: esportiamo più in Svizzera che in Cina, e questo dovrebbe farci riflettere». Secondo Noci, il dumping non è solo una guerra di prezzi, è l’effetto di un disallineamento sistemico che l’Europa ha sottovalutato per troppo tempo.
Chiara Radrizzani (ADR) conferma la difficoltà di accedere realmente al mercato cinese, nonostante in apparenza i dazi siano contenuti. «Le vere barriere sono interne: regolamenti, controlli, burocrazia che rendono impossibile per un operatore straniero competere ad armi pari». Parla poi di economie di scala inarrivabili e di una manodopera ancora abbondante e flessibile. Ma, aggiunge, «il vero nodo è culturale: il sistema cinese punta a controllare il proprio mercato ed a reinvestire all’interno, impedendo agli attori esterni di radicarsi davvero».

Un’altra testimonianza arriva da Alberto Longobardi (Adige – Gruppo BLM), che racconta le conseguenze del dumping sul settore delle macchine utensili. «La Cina è diventata non solo fornitore, ma anche competitor dentro le nostre filiere. Entrano con i componenti, ma anche con prodotti finiti ri-brandizzati da aziende europee. Questo meccanismo indebolisce le nostre supply chain e rischia di svuotare il valore che generiamo sul territorio». Il dumping, quindi, non è solo una concorrenza sleale, ma anche un fenomeno che si infiltra nei processi produttivi, spinge al ribasso margini e qualità, e mette in discussione il ruolo stesso dell’industria manifatturiera locale.
Sul fronte delle strategie, Renato Cotti Piccinelli (Streparava) invita a reagire puntando sulla differenziazione. «Loro fanno massa, noi dobbiamo fare specializzazione. Non possiamo combattere sul prezzo, ma possiamo rispondere con prodotti su misura, servizi evoluti ed innovazione nei processi». Il dumping è anche un’occasione per cambiare approccio. Secondo Cotti Piccinelli, infatti, «è il momento di sviluppare modelli di business ibridi, basati su meccatronica, gestione dei dati, e servizio continuo al cliente».
Nel frattempo, le istituzioni devono fare la loro parte. Armando De Crinito ricorda come, a livello europeo, alcune iniziative abbiano spianato la strada ai produttori asiatici. Secondo De Crinito, «abbiamo ceduto terreno sull’elettrico, sull’energia e sulle materie prime. Ed ora ci troviamo in una posizione di debolezza proprio mentre la Cina gioca una partita molto più ampia, basata su controllo delle risorse e sulle filiere integrate».
In sintesi, il dumping emerge come una sfida che richiede risposte coordinate e di sistema: non bastano misure difensive, servono politiche industriali lungimiranti, filiere resilienti e soprattutto la volontà di ripensare il nostro modello produttivo. Perché, come avverte Noci, «la Cina non aspetta».
CIRCOLARITÀ, IL CANTIERE APERTO DELLA NUOVA MANIFATTURA EUROPEA
La circolarità non è un vincolo etico né una moda imposta dalla sostenibilità ambientale. È, prima di tutto, una straordinaria opportunità industriale, tecnologica e competitiva. Lo afferma Tullio Tolio (AFIL e Politecnico di Milano), che invita a rivedere in profondità i paradigmi produttivi attuali.
Un cambio di prospettiva radicale, che chiama in causa l’intera struttura del sistema manifatturiero europeo. «I nostri sistemi produttivi – dichiara Tolio – non vanno più bene per rispondere alle sfide della transizione verso la sostenibilità. Bisogna riformarli. Bisogna immaginare una fabbrica che non si occupa solo di produzione, ma anche di rigenerazione. O meglio, servono fabbriche integrate, che sappiano fare entrambe le cose». La sfida è tanto ambiziosa quanto concreta: ripensare le tecnologie, le architetture produttive, le competenze e persino i modelli di business. Ma non si tratta di un sogno futuribile. È un’urgenza.
Tolio entra nel merito, affermando che «oggi le tecnologie per fare la deproduzione completa ed automatizzata fondamentalmente non esistono. Se si vuole andare sul mercato e comprare una macchina per deprodurre, non esiste. Nessuno la vende. Esistono studi, ci sono alcuni piloti sperimentali, ma nulla di consolidato. Questo vuol dire che siamo di fronte ad un territorio vergine per l’innovazione, soprattutto per chi produce beni strumentali».
Non si tratta quindi solo di ideare nuovi prodotti, ma di sviluppare macchine in grado di smontare, selezionare, recuperare e rigenerare componenti. Non a mano, perché questo renderebbe l’operazione economicamente insostenibile, ma in modo automatico, integrato e digitale. Ed è proprio qui che si gioca la vera partita industriale. «Deprodurre manualmente è possibile, ma allora lo fanno in Asia. Se vogliamo farlo in Europa, servono automazione ed innovazione radicale» – commenta Tolio.

Eppure, aggiunge, l’Europa ha una carta importante da giocare. «La base produttiva europea è enorme. Abbiamo un installato che altri Paesi non hanno. Cambiare questa base significa uno sforzo titanico, ma anche una grandissima occasione di competitività. Perché siamo proprio noi ad avere le condizioni migliori per costruire un modello di economia circolare che funzioni davvero» – chiarisce Tolio.
Inoltre, la rigenerazione ha margini di profitto maggiori: «È già stato dimostrato che i prodotti rigenerati possono garantire margini superiori rispetto ai prodotti nuovi. Questo significa che la circolarità, oltre ad essere sostenibile, è anche conveniente. È un’opportunità che lega etica, economia e competitività» – afferma Tolio.
Secondo Tolio, bisogna smettere di considerare l’economia circolare come un dovere morale ed iniziare a vederla come un driver di leadership industriale, dove l’Europa può avere un vantaggio. Ma per farlo servono investimenti, visione e politiche pubbliche che accompagnino il cambiamento: «È un cambiamento epocale. E come tutti i cambiamenti epocali, non può essere lasciato solo al mercato. Serve innovazione tecnologica, ma anche supporto finanziario e strategico» – continua Tolio.
In definitiva, la circolarità, se interpretata come leva industriale, può diventare la risposta europea alle distorsioni del mercato globale, al dumping, alla dipendenza da risorse critiche ed alla necessità di rendere più resilienti le filiere. «Quando saremo avanti su questo fronte – conclude Tolio – gli altri saranno costretti a seguirci. Perché se è più competitivo, si impone».
INNOVAZIONE TECNOLOGICA E PROCESSI, LA VERA CHIAVE DELLA CIRCOLARITÀ
Se la circolarità vuole essere qualcosa di più di uno slogan, deve poggiare su basi solide: tecnologia, processo, conoscenza. È su questo terreno che si muove Enrico Malfa (Tenova), che rilancia la centralità della ricerca e sviluppo per dare corpo all’economia circolare. «Abbiamo la cultura ed abbiamo anche le opportunità tecnologiche. L’Europa si sta muovendo, ma ora serve concretizzare.» – afferma Malfa – «È fondamentale creare impianti dimostrativi, test bed, luoghi dove la tecnologia si può toccare con mano, perché vedere che si può fare è spesso l’unico vero incentivo all’azione».
Ma non basta la visione: servono strumenti. Davide Alberti (A2A) insiste sulla necessità di investire con coraggio nella ricerca applicata. «La circolarità, senza ricerca e sviluppo, resta una parola vuota. Bisogna costruire competenze, attrezzare spazi, finanziare idee». Alberti sottolinea l’importanza di disegnare e sperimentare processi che rendano conveniente la rigenerazione, e denuncia: «In Italia siamo bravissimi a teorizzare, ma meno a chiedere le risorse per realizzare».
Anche Gianluigi Viscardi (CFI) sposta il focus sull’industria manifatturiera, affermando che «dobbiamo costruire macchine che possano essere riutilizzate, modificate, retrofittate. E servono software intelligenti, ma semplici da usare. La tecnologia non deve complicare: deve semplificare».
In questo contesto, la filiera dell’innovazione diventa l’infrastruttura necessaria per passare dal principio alla pratica. È lì che si gioca la possibilità di rendere davvero competitivi i processi circolari. E se l’Europa vorrà giocare un ruolo, dovrà partire da qui: dalla capacità di connettere sapere, macchine ed industria.
SPECIALIZZAZIONE, L’ARMA SOTTILE PER COMPETERE
Per Renato Cotti Piccinelli, la specializzazione è molto più di una strategia, essendo una necessità strutturale. «Non possiamo competere sui volumi, dobbiamo farlo sull’intelligenza dei nostri processi e sulla capacità di offrire soluzioni uniche». La sua azienda, Streparava, ha puntato su specializzazioni verticali, sia di prodotto sia di processo. «Abbiamo investito nella fonderia di alluminio per sviluppare leghe ibride ad alte prestazioni. Questo ci permette di costruire componenti strutturali che pochi altri sanno fare».
Ma la specializzazione non si ferma alla tecnica. Secondo Cotti Piccinelli, «la differenziazione passa anche dal servizio: ascoltiamo attivamente il cliente, analizziamo i dati, modelliamo la nostra offerta in base alle reali esigenze di utilizzo». È questo mix di competenze, ascolto e flessibilità che oggi consente alle imprese europee di difendere il proprio spazio in un mercato globale sempre più affollato. «La massa la lasciamo agli altri. Noi lavoriamo sulla precisione, sulla specialità, sulla qualità» – conclude Cotti Piccinelli.
VISIONE DI FILIERA, LA NUOVA FRONTIERA DELLA COMPETITIVITÀ
Per Roberto Pinto (Università degli Studi di Bergamo), la chiave per affrontare le sfide globali non è il singolo campione industriale, ma l’intera filiera che si muove compatta. «Non è l’azienda che va in Europa, è la filiera che ci va. Ogni impresa deve essere parte di un sistema integrato, in cui fornitori, produttori e clienti condividano strategie, dati ed obiettivi. Se vogliamo andare lontano, dobbiamo andare insieme» – afferma Pinto. La visione di filiera permette di affrontare mercati complessi, rispondere con flessibilità alle crisi e cogliere le opportunità della circolarità e della servitizzazione. Non è solo una scelta organizzativa, ma un salto culturale: serve fiducia, condivisione e capacità di agire come ecosistema industriale.
CINQUE PAROLE PER NON RESTARE INDIETRO, LA RICETTA PER L’INDUSTRIA CHE VUOLE COMPETERE
Alessandro Marini (AFIL) sintetizza la strategia per affrontare il futuro industriale con cinque parole chiave: condivisione, conoscenza, circolarità, cambiamento e cultura. «Condivisione significa fare rete, ossia avere la capacità di costruire risposte insieme» – afferma Marini- «La conoscenza va invece trasferita nei sistemi intelligenti: non basta infatti l’Intelligenza Artificiale, bisogna insegnarle ciò che sappiamo fare». La circolarità richiede di pensare alla deproduzione fin dalla progettazione.

Secondo Marini, «il cambiamento è un’onda: o la cavalchi o ti travolge». Ed infine la cultura, da difendere come patrimonio industriale, in quanto, conclude Marini, «la nostra manifattura vale perché ha radici profonde». Un messaggio diretto: con queste cinque leve, si può ancora competere.

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